Eh lo so, tanto che non scrivo il diario, sebbene da mesi sia a bordo di una nave. Questa volta son passato dall’Alaska, al Canada, agli Usa, alle Hawaii, Fiji, Tahiti e poi Australia e Nuova Zelanda. Proprio giretto sotto casa.
Ma prima, lasciate che ringrazi tutti per gli auguri di compleanno. Anche se a volte si pensa che gli auguri “social” contino poco, io apprezzo anche quei due secondi spesi per me. E quindi, via, ho deciso di cominciare il diario ora, proprio alla fine di questo viaggio, perchè stavolta voglio raccontare altre esperienze che mi attendono a terra e in giro per qualche continente. Non anticipo nulla, ma garantisco storie e foto.
Ma il compleanno, un po’ come a tutti quelli che qualche chilometro l’han fatto, porta anche a riflessioni, nel mio caso sulla mia carriera di musicista, gli anni passati a suonare del Blues, del Jazz, progetti, incisioni, collaborazioni, e poi le navi, dove ho potuto imparare a suonare veramente tutto. Oggi probabilmente sono un musicista molto più bravo e completo di come mai avrei potuto immaginare, soprattutto rimanendo “a” (anche letteralmente). Ma cosa ho imparato esattamente, e da chi? Ecco, direi che dal Jazz ho imparato ad ascoltare. Non si puó suonare del Jazz se non si impara ad ascoltare attentamente tutto e tutti. Il Jazz è la scuola dell’ascolto per eccellenza.
Dal Blues ho imparato cos’è il sound. Il Blues è la scuola del suono, solido, grosso, presente, dove, come dice un amico, splendido ed elegante chitarrista, ogni nota deve pesare un chilo.
Dalle Big Band ho imparato a servire il gruppo, a mettere sempre tutti nelle condizioni di capire dove, quando, cosa, a organizzare dinamiche e e pensare con anticipo cosa deve succedere. La Big Band è la scuola dove impari a dirigere mentre sei seduto su una batteria.
Dalla musica Country ho imparato a mollare il groove, e lasciare che, come dice un altro mio amico, faccia tutto il songwriter. Però ci sei anche tu. Si sta dietro, quatti, e si ascoltano i testi che son sempre belli. Nel Country si accompagnano storie.
Dalla musica Latin, Cuba, Caraibi, Mexico, certo realtà anche diverse tra loro, ho imparato cosa sono i ritmi. Ho imparato a capirli e a suonarli in modo che facciano ballare, copiando batteristi che non sapevano nulla, tranne i loro ritmi. La musica dell’America Latina è la scuola del ritmo, della danza, dell’allegria. Non esistono le misure: esistono i ritmi e fluttuano nell’aria. Ci si mettè un pò a capirlo, credetemi.
Dalla musica classica, che un pò ho suonato e tanto ho ascoltato, ho imparato che la musica è una cosa seria, e che i capolavori del passato vanno ascoltati e rispettati, perche ormai irripetibili. Ah e a suonare il rullante con tutte le sue infinite possibilità.
Dal pop, quello USA e :UK, ho imparato ad essere ordinato, a controllare il suono, ogni minima dinamica, a equilibrare le varie parti, e a suonare libero anche se c’è un click. Il Pop decide se sei un professionista completo. Credetemi.
E poi i musicisti. Dai batteristi “neri” ho imparato che non si può solo essere al servizio della band, ma a volte bisogna essere anche un pò “mascalzoni” e saltare il recinto, perchè poi la gente è li per vedere “numeri”, mica ordine. Sebbene tra i miei favoriti rimangano sempre batteristi eleganti come Erskine, ho imparato ad essere invadente quanto basta per agitare gli animi, che poi ci si gasa tutti e va bene così. Anzi, dai musicisti neri, non me ne vogliano gli “altri”, ho imparato il timing. Quello li che hanno loro, che gli viene così, sempre dietro, sempre bello, con tanto spazio. Non che il timing mi sia mai veramente mancato, ma si può anche andare oltre. L’ho capito con i cantanti, lasciando che conducessero il tempo a cantando dentro di me insieme a loro. Fretta zero, groove a mille. Loro non pensano mai all’arrivo. Si godono il viaggio.
E poi ho imparato anche da musicisti inesperti, a resistere a quelli che ti tirano indietro, avanti, sopra, non so cosa mai tirano (in tutti i sensi), e alla fine ad ascoltare senza ascoltare, e far capire che il tempo sei tu, tu e basta.
Dai vari direttori musicali ho imparato tante cose, ma in particolare uno, paradossalmente, mi insegnò a “non leggere” le parti. Oggi ho capito che le parti van lette per poi suonare quel che effettivamente serve. “Fuck the ink”, diciamo noi qui a bordo. Sai cos’è no? Allora suona quel che si voleva intendere, mica quel che c’è scritto. Chiaro, al volo, mica c’è tempo per un seconda chance. Il passo successivo alla lettura è non leggere.
Bè, che effetto il compleanno eh? Eppure c’è ancora molto e io sto iniziando nuove collaborazioni e nuove esperienze, che racconterò, sperando di appassionare giovani musicisti e vederli presto con la valigia pronta.
Alla prossima puntata.
Gio Rossi













